La Apple ha ammesso che aziende esterne che forniscono parti dei suoi prodotti hanno impiegato lavoro minorile. Il dato è contenuto in un rapporto che sintetizza i controlli compiuti dall’azienda americana su 102 fabbriche specializzate in componentistica. Gran parte si trovano in Asia, alcune in Cina. Il dossier pubblicato online dà conto di ispezioni condotte per verificare eventuali violazioni delle leggi locali e del codice etico interno della Apple. Si va da forme di discriminazione a un numero di ore eccessivo, senza indicare a quali Paesi si riferiscano le infrazioni rilevate. «La Apple ha scoperto tre stabilimenti che avevano precedentemente assunto operai quindicenni in Paesi dove l’età minima per il lavoro è 16 anni». La Cina, appunto, è uno dei Paesi dove l’età minima per un operaio è 16 anni. La Repubblica Popolare tuttavia non viene mai menzionata, se non in un altro passaggio in cui la Apple spiega come ha fatto correggere con successo una retribuzione inadeguata al numero di ore effettivamente lavorate. Il sospetto che almeno alcuni degli 11 casi di lavoro minorile citati possano riferirsi alla Cina è alimentato dal fatto che in diverse occasioni aziende fornitrici della Apple hanno avuto problemi. A Suzhou in una fabbrica della taiwanese Wintek, che produce touch screen per la Nokia ma anche per la Apple, sono stati registrati decine di avvelenamenti la cui cura sta richiedendo mesi. E l’estate scorsa un ingegnere cinese venticinquenne di un’altra fornitrice taiwanese della Apple, la Foxconn, si era suicidato dopo essere stato accusato del furto di un prototipo dell’iPhone. Nonostante una nuova legge sul lavoro che assicurerebbe maggiori garanzie per i lavoratori, in Cina il rispetto delle norme è come minimo approssimativo. La crisi e il calo dell’export hanno contribuito a peggiorare le condizioni nelle fabbriche. Mancano sia gli strumenti sia la volontà da parte delle autorità locali per effettuare controlli negli stabilimenti.
via | corriere.it


In seguito a una serie di attacchi avvenuti a dicembre alle proprie infrastrutture collocate nella nazione, destinati a rubare dati sensibili di attivisti per i diritti umani cinesi operanti anche in Europa e America, Google ha annunciato un completo stop alla censura dei contenuti per Google.cn, con la “consapevolezza che ciò possa significare chiusura”. Dopo lo stop è arrivata la risposta da parte del Governo cinese: secondo quanto riporta il NY Times il commento delle autorità di Pechino lascia ben poco da sperare per una soluzione pacifica della situazione, visto che per la Cina tutte le società che vogliono operare nel proprio territorio devono rispettare le leggi della nazione, punto. La risposta arriva nel dettaglio dal Ministro degli Esteri, la quale portavoce Jiang Yu non ha commentato le accuse di Google nei confronti degli attacchi sostenendo solo che “Internet in Cina è aperta”. A rincarare la dose anche Wang Chen del Consiglio di Stato, che ha esortato le aziende su Internet per aumentare il controllo di notizie o informazioni che potrebbero minacciare la stabilità nazionale. Nel frattempo un altro portavoce, Robert Gibbs della Casa Bianca, ha fatto sapere di essere al corrente delle accuse di Google verso la Cina senza però commentare lo stato attuale delle decisioni prese dal Governo.
Doveva essere il primo concorso di bellezza per gay in Cina. Un evento quasi epocale. Ma il regime ha detto no, con le cattive: la polizia ha fatto irruzione nel Lan Club, noto locale di Pechino che doveva ospitare la kermesse, annullando tutto. È stato un blitz dell’ultimo minuto, quando era tutto pronto per la serata e c’erano già centinaia di persone, tra attivisti gay, cinesi e stranieri, giornalisti, fotografi e cameraman. L’obiettivo degli organizzatori era «far conoscere al pubblico i problemi della comunità omosessuale». «Ci hanno detto che non avevamo i permessi giusti – spiega Michael Tsai, uno degli organizzatori – ma speriamo di poterlo fare in futuro». Un membro della giuria però ammette: «Penso che la decisione sia legata alla questione dell’omosessualità». Al concorso avrebbero partecipato otto uomini contendendosi il titolo di Mr. Gay: il vincitore avrebbe poi rappresentato il Paese alla competizione mondiale in programma a febbraio a Oslo. Da anni i gay cinesi aspettano un riconoscimento dal governo che tarda ad arrivare. Si parla di un esercito di almeno 30 milioni di persone (ma secondo Li Yinhe sarebbero tra i 36 e i 48 milioni), su una popolazione di un miliardo e 350 milioni. La stragrande maggioranza di loro vive nell’ombra, nascondendo i propri gusti sessuali. Va ricordato che fino al 1997 l’omosessualità era classificata come reato e fino al 2001 è stata considerata una malattia mentale. Ora le cose cominciano a cambiare ma nella società restano forti pregiudizi.
Il 2010 non comincia secondo gli auspici del segretario al Tesoro americano Timothy Geithner che da mesi fa pressioni su Pechino perché rivaluti la sua moneta per ridurre il maxi-deficit commerciale americano: il premier cinese Wen Jiabao invece ha fatto oreccchie da mercante, ha criticato domenica il protezionismo dei partner commerciali della Cina e ha ribadito che Pechino non cederà di un millimetro alle richieste di rivalutare lo yuan. La mossa di fine anno di Pechino rende così più complesso il rapporto con gli Stati Uniti e l’Unione euroea che chiedono da tempo ai cinesi di moderare la loro politica di “export oriented” a favore di una nuova strategia che dia più spazio ai consumi interni del gigante asiatico e allievi le sofferenze dell’Ooccidente. In un’intervista rilasciata all’agenzia ufficiale Xinhua, il premier Wen ha confermato di voler proseguire anche nel 2010 le politiche macroeconomiche per stimolare la crescita e lottare contro gli effetti della crisi finanziaria mondiale: «Ho detto ai nostri amici stranieri: voi ci chiedete di rivalutare lo yuan adottando ogni sorta di misure protezionistiche; in altri termini, volete limitare lo sviluppo della Cina». Insomma il dragone cinese non sembra intenzionato a fare la sua parte come da mesi l’Fmi e le altre istituzioni internazionali chiedono insistentemente ma senza risultati apprezzabili.
La Cina ha ottime possibilità di diventare quest’anno la prima potenza esportatrice al mondo, soppiantando la Germania, malgrado il rallentamento subito dall’export a causa della crisi globale. Lo ha annunciato Zhong Shan, vice-ministro aggiunto per il Commercio cinese, secondo il quale la quota cinese del commercio mondiale dovrebbe superare il 9% quest’anno dall’8,6% del 2008. La Cina, dichiara Zhong Shan sul sito online del Ministero, “diventerà probabilmente la numero uno mondiale dell’export, spodestando la Germania”. Nel primo semestre dell’anno, le esportazioni cinesi di beni, secondo i dati della Wto, sono state pari a 521,7 miliardi di dollari, già lievemente superiori ai 521,6 miliardi della Germania., ma il 2009 si é rivelato un anno difficile per tutti i principali paesi esportatori a causa della crisi finanziaria e della recessione. Nei primi undici mesi dell’anno l’export cinese ha accusato un calo del 18,8% rispetto allo stesso periodo del 2008, ed il calo a fine anno sarà pari al 16%. La quota della Cina del mercato mondiale é migliorata, malgrado questo scenario negativo, perché le vendite degli altri principali paesi esportatori sono andate ancora peggio.
Si conoscerà venerdì il verdetto per il dissidente cinese Liu Xiaobo da oggi a processo a Pechino per sovversione, un reato che prevede fino a 15 anni di carcere. Lo ha riferito uno dei suoi avvocati, Mo Shaoping, al termine della prima udienza di tre ore, precisando che Liu, presidente del Pen Club cinese, docente universitario e critico letterario, ha riconosciuto davanti al giudice di essere uno dei promotori della «Carta 08», ma «ha sottolineato che non ha infranto alcuna legge», ha detto. Mo non ha potuto difendere in aula l’imputato perché è egli stesso tra i firmatari della Carta. Il 53enne Liu era stato arrestato l’8 dicembre 2008 per il suo ruolo di promotore di Charta 08, un manifesto firmato da 333 dissidenti, attivisti e scrittori per chiedere l’avvento della democrazia.