Sono la stessa Cina e, insieme, due pianeti distanti. Pechino e Hong Kong nel ricordo del 3 Giugno erano separati da un abisso profondo vent’anni, il tempo trascorso dalla repressione militare degli studenti che nella primavera del 1989 occuparono la piazza Tienanmen chiedendo riforme, democrazia e lotta alla corruzione. A Pechino ieri mattina la piazza era militarizzata, controlli di polizia per chi vi volesse mettere piede. E poi: telecamere vietate, più agenti (in divisa e in borghese) che lastre del selciato. A Hong Kong decine di migliaia di persone – 150 mila secondo gli organizzatori – si sono raccolte per una veglia in memoria delle vittime. Preghiere e canti, testimonianze, commozione. Al di là dei contenuti delle analisi, che altri potrebbero contestare con una diversa interpretazione della storia e dei dati, fondamentalmente colpisce un aspetto di questo ventesimo anniversario della repressione. Il perdurare del silenzio ufficiale. Sarà pure una semplificazione, ma c’è qualcosa che non torna: o si trattò di una repressione inevitabile, e col senno di poi giusta, come sostiene la leadership oppure fu una tragedia, frutto di scelte sbagliate del regime. in ogni caso il silenzio suona come un’ammissione di colpa.

Tienanmen e il silenzio che separa le due Cine
Giugno 8, 2009
I risultati diversi di Piazza Tienanmen su Google
Giugno 7, 2009
Quello che vedete qui sopra è il risultato che si ottiene su Google.cn inserendo su Google Immagini la chiave di ricerca “tienanmen massacre”, nel resto del mondo invece si ottengono le drammatiche immagini di quanto avvenuto il 3 giugno 1989 a Piazza Tienanmen, Pechino, Cina.
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Made in Italy “cinese”: scoperta centrale operativa a Biella
Maggio 20, 2009
La centrale operativa dei falsi, stavolta, era a Biella. Seguendo le tracce di un commerciante cinese di via Bramante, nella Chinatown milanese, gli uomini del Gruppo della Guardia di Finanza di Milano hanno ricostruito la filiera di capi di marca contraffatti sequestrando 370 mila foulard, stoffe, sciarpe e soprattutto 40 clichè. Gucci, Burberry’s, Dior, Yves Saint Laurent, Louis Vuitton, Armani, Chanel, Versace. La mente del traffico di merci, del valore di 2 milioni di euro, era un commerciante biellese che riforniva tutto il mercato del Nord, negozi cinesi inclusi. L’operazione è stata denominata primavera perché la merce sequestrata era fresca di arrivi legati alla bella stagione. Roberto Fazio, il tenente colonnello che ha coordinato le indagini in forze a Biella fino all’anno scorso è sorpreso: «Non immaginavo che proprio da lì potesse partire un giro di questo tipo, tanto più che proprio da Biella era partita l’operazione Belt in cui il peso dei cinesi era ben più ampio e diversificato, nonostante i partner campani che pure c’erano».
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Guerra digitale: Stati Uniti vs. Cina
Maggio 18, 2009
Gli Stati Uniti avrebbero intrapreso una vera e propria guerra tecnologica tutta online, secondo recenti indiscrezioni. Il Congresso ha tenuto una relazione il mese scorso riguardante le attività di spionaggio che provengono dalla Cina. Non è la prima volta che si discute della possibilità che dalla Cina provengano attacchi informatici contro diverse nazioni, e lo stesso governo Obama avrebbe confermato lo stato di perenne allerta negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, però, sarebbero in ritardo tecnologico contro questi attacchi, e si troverebbero spesso impreparati contro quella che si può definire una “corsa agli armamenti” digitale. Secondo Kevin G. Coleman il maggior rischio è la possibilità di manomissioni dell’hardware: gran parte dell’hardware introdotto nei sistemi di sicurezza americani proviene proprio dalla Cina, e gli esperti sono preoccupati che un giorno le aziende produttrici possano inserire delle backdoor per accedere direttamente in questi sistemi. Coleman ha sottolineato l’importanza di investire continuamente nella sicurezza informatica: la continua crescita economica della Cina e la sofisticazione tecnologica possono portarla ad un predominio elettronico entro i prossimi 10-40 anni. Rimane comunque il timore di una vera e propria guerra digitale che investirà, nel prossimo futuro, ingenti risorse per salvaguardare tutte le informazioni (private e pubbliche) che vengono salvate sui computer.
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Shanghai, il salone delle auto copiate
Aprile 27, 2009
E’ questione di cultura, ma per gli abitanti del Paese della Grande Muraglia, copiare non è… peccato, anzi, potrebbe persino essere un modo per dimostrarsi virtuosi quando la copia è così ben riuscita da superare l’originale. D’altro canto il Salone di Shanghai ce l’ha confermato, se ce ne fosse ancora stato bisogno, copiare per i cinesi non è un problema. Ecco allora le auto cloni di altri modelli. Marchi come BYD, Great Wall e Geely, prima sconosciuti, ora producono vetture, spesso piccole e medie, qualitativamente accettabili, a prezzi stracciati, copie, ahimè, di auto occidentale ed asiatiche. Un esempio, la BYD che se n’è uscita con la F8 che a guardarla somiglia tanto, almeno anteriormente alla Mercedes CLK e, posteriormente, alla Ford Focus CC. Così come la Great Wall che scioccò il mondo con il suo clone della Fiat Panda 4×4, ma la stessa Florid, null’altro sembra che la Toyota Yaris e la coupè della Geely somiglia tanto all’Alfa Romeo Brera e alla Nissan Skyline e la Hongxing Auto ha fatto la stessa cosa con la quasi Smart che, nel Paese della Grande Tigre, è elettrica. Insomma, una concorrenza che non brilla certo per lealtà.
via | allaguida.it

La dignità perduta del Sud Africa
Aprile 2, 2009
Settimana scorsa è apparso un bel articolo di Venturini sul Corriere della Sera che consiglio a tutti di leggere e che linko qui sotto. Lo spunto è la decisione del governo sudafricano di negare il visto d’ingresso al Dalai Lama, decisione inaccettabile, dice il giornalista, per almeno due motivi. Il primo riguarda la storia del Sudafrica. Una storia marchiata a fuoco dalla tragedia dell’apartheid, dalla discriminazione fatta sistema come in nessuna altra parte del mondo. Il Sudafrica moderno e multirazziale, quello di oggi, nasce dalla riconciliazione nazionale ma anche da un ripudio collettivo di quell’esperienza, si specchia in Nelson Mandela ex perseguitato e poi presidente, trova la sua identità nell’appartenenza a quella comunità di valori (l’Occidente) che sanzionò l’apartheid fino ad abbatterlo. Chi ha una storia del genere dovrebbe sentirsi obbligato a restarle fedele. Il secondo motivo che pesa sulla decisione sudafricana si chiama minacce cinesi, quelle alle quali Pretoria ha ceduto. Da qualche anno ormai la Cina conduce una strisciante ri-colonizzazione dell’Africa. Il Sudafrica non dovrebbe ragionare esclusivamente con il pallottoliere dei commerci e dimenticare i valori assai diversi che la Cina porta nel continente: dal Congo dei massacri fino al caso tragico del Darfur, i cinesi si disinteressano totalmente del rispetto dei diritti umani e puntano al sodo. Cioè a sfruttare le fonti di energia e a sostenere i governi compiacenti.
via | corriere.it

I nuovi camion della morte Made in Cina
Marzo 31, 2009
Anni fa c’era la polemica che Iveco forniva alla Cina i bus per le esecuzioni a morte. I tempi sono cambiati ed ora la Cina se li costruisce da sola. Il bus infatti viene costruito a Chongqing dalla Jinguan Auto. Oltre ad avere il record mondiale delle condanne a morte (1.718, pari al 72% nel 2008, ma Amnesty International segnala che i numeri potrebbero essere più alti), la Cina ha inventato anche le esecuzioni mobili. Per risparmiare tempo e denaro, e soprattutto recuperare i preziosi organi dei condannati, che vengono subito espiantati per poi essere rivenduti per i trapianti. E per poter fare questo, i cadaveri dei condannati devono essere portati subito in sala operatoria. Quindi, cosa c’è di meglio di fare loro l’iniezione letale direttamente sul pullman che li porta in ospedale? La notizia dell’esistenza di questi veicoli non è nuova, ne ha parlato alcuni anni fa la stessa stampa cinese. La Jinguan ha finora venduto una decina di questi minibus lunghi 7 metri e da 17 posti. L’altro «vantaggio» del pullmino è che può raggiungere anche le località cinesi più remote dove c’è da giustiziare qualcuno, senza doverlo portare nella prigione provinciale con costi e tempi aggiuntivi.
via | corriere.it

L’«hotel» per clandestini cinesi
Marzo 30, 2009
Un albergo sotterraneo clandestino, con prezzi modici, nessuna stella e condizioni igieniche spaventose. Sono stati gli agenti della polizia di Stato a scoprirlo, quando hanno fatto irruzione in un appartamento in via MacMahon a Milano. Domenica era partita una segnalazione, da parte di residenti della zona, di uno strano andirivieni al numero 77 della strada. Nella notte di lunedì è scattata l’operazione di polizia: una volta entrati in un appartamento al primo piano, gli agenti hanno sorpreso 28 cinesi, 12 regolari e 12 clandestini, uomini e donne, più quattro bambini (il più piccolo ha 3 mesi), stipati in stanzette grandi quanto un materasso matrimoniale. Il primo piano era collegato all’ex magazzino interrato da una scala e lì, come sopra, l’ambiente era stato suddiviso con paratie di compensato: 60 i posti letto complessivi, che venivano affittati a 100 euro al mese a coppia, 200 euro a famiglia. Due i bagni e una cucina sudicia, con bombola a gas. Rudimentale il sistema elettrico e inesistente il sistema di areazione: l’aria entrava dalle due botole aperte su via Duprè, di cui una serviva come uscita di sicurezza. Tutto è stato posto sotto sequestro.
via | milano.corriere.it

La Cina blocca nuovamente YouTube
Marzo 29, 2009
Ancora una volta la Cina fa parlare negativamente di sè relativamente alla libertà sul Web: da ieri, infatti, il governo cinese ha nuovamente bloccato YouTube. Google ha notato una diminuzione del traffico proveniente dalla Cina già dal mezzogiorno di lunedì e, mercoledì, gli utenti all’interno del territorio cinese si sono trovati di fronte un generico messaggio di errore del tipo “Network Timeout. The server at youtube.com is taking too long to respond.” Scott Rubin, portavoce di Google, ha dichiarato che non sono noti i motivi del blocco e che si sta lavorando per risolvere i problemi di accesso. Tuttavia non è la prima volta che la Cina blocca YouTube, come già successo nel marzo 2008, durante i disordini in Tibet e appena prima le Olimpiadi di Pechino.
via | downloadblog.it
