Sono la stessa Cina e, insieme, due pianeti distanti. Pechino e Hong Kong nel ricordo del 3 Giugno erano separati da un abisso profondo vent’anni, il tempo trascorso dalla repressione militare degli studenti che nella primavera del 1989 occuparono la piazza Tienanmen chiedendo riforme, democrazia e lotta alla corruzione. A Pechino ieri mattina la piazza era militarizzata, controlli di polizia per chi vi volesse mettere piede. E poi: telecamere vietate, più agenti (in divisa e in borghese) che lastre del selciato. A Hong Kong decine di migliaia di persone – 150 mila secondo gli organizzatori – si sono raccolte per una veglia in memoria delle vittime. Preghiere e canti, testimonianze, commozione. Al di là dei contenuti delle analisi, che altri potrebbero contestare con una diversa interpretazione della storia e dei dati, fondamentalmente colpisce un aspetto di questo ventesimo anniversario della repressione. Il perdurare del silenzio ufficiale. Sarà pure una semplificazione, ma c’è qualcosa che non torna: o si trattò di una repressione inevitabile, e col senno di poi giusta, come sostiene la leadership oppure fu una tragedia, frutto di scelte sbagliate del regime. in ogni caso il silenzio suona come un’ammissione di colpa.
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